calav ha scritto:
non deve importarci più di tanto della poca cultura musicale degli spettatori e gestori , importante è per quanto mi riguarda dare sempre il meglio sia davanti a 10000 persone che a 10
Esatto.
Dare sempre il meglio a prescindere vuol dire anche - secondo me- abituarsi a ragionare prima di noi stessi (ho fatto bene? Dove ho sbagliato? Potevo fare meglio? ecc..) e poi del resto.
calav ha scritto:
Io ho suonato anche in nord Europa dove non spiccano cantanti internazionali di livello a parte l'Inghilterra , ma, nonostante ciò, ho notato che vi è molto più rispetto nei confronti dei musicisti rispetto al nostro Paese e la cosa mi rattrista. In Svizzera, Belgio, Germania e Francia il musicista viene trattato da artista, qui invece come un cazzeggiatore che suona per divertirsi.
Ti sei mai chiesto perchè da noi è così?
Il discorso ha tante sfaccettature ma Io , nel tempo, un’idea me la sono fatta:
Gran parte di questo svilimento dipende dal fatto che, a partire grosso modo dagli anni '70, abbiamo avuto una critica musicale snob che non si è limitata a recensire i dischi ma si è elevata a vero e proprio "tribunale ideologico", in un mix di politica/filosofia/estetica unico in Europa.
In quel periodo si è imposta l’idea che il critico (giornalista, esperto, ecc..) dovesse essere per forza un intellettuale impegnato....ossia uno che non poteva abbassarsi alle canzonette e che cercava il messaggio sociale a ogni costo. Questo ha creato danni enormi alla percezione del musicista tout-court.
La musica doveva avere una funzione sociale e quindi contenere un relativo messaggio.... se una canzone non parlava di lotte di classe, crisi esistenziale o rivoluzione, veniva etichettata come "evasiva" perché il disimpegno era una visto come una colpa morale. Uno come Lucio Battisti, poiché i testi di Mogol parlavano di sentimenti e vita privata, fu oggetto di stroncature e sbeffeggiamenti oltre che accusato di essere un qualunquista (o, peggio, un fascista). Artisti tecnicamente eccelsi ma "leggeri" venivano massacrati perché la loro musica non "aiutava a pensare"
Il giornalismo italiano ha sempre sfoggiato un complesso di superiorità derivante dalla distinzione tra cultura Alta (opera, jazz, musica classica) e Cultura Bassa (canzonetta) perché il critico voleva essere un intellettuale, non un cronista di costume...e quindi si esaltavano solo generi complessi come la progressive o la musica sperimentale, declassando la melodia orecchiabile come "prodotto per le masse ignoranti".
E poi c'è stata forse la cosa più subdola di tutte: la diffidenza verso il successo economico e la demonizzazione del profitto…ed in quest’ottica anche lo studio dello strumento è stato visto come una caratteristica borghese. Se il messaggio era giusto, la tecnica non serviva. Se invece eri un professionista preparato ma facevi musica per il pubblico, eri un "venduto".
Oggi la situazione è diversa ma sottotraccia gli effetti di questa mentalità sono rimasti...nel senso che persiste in Italia il convincimento generale che la musica possa essere un manifesto politico o uno svago..... ma non un lavoro, serio, tecnico e (perchè no) artigianale. All'estero il musicista, anche a livelli non altissimi è un soggetto stimato;….la musica è una cosa seria che si studia subito nelle scuole dell’infanzia e non è vista come roba “inutile”.
Da noi, per colpa (anche) di quella critica, il musicista è rimasto un “perdigiorno” che esprime concetti o, peggio, uno che si diverte e basta....della serie: ...sì, vabbè…ma di lavoro cosa fai?