@ 1paolo
La vita di mio padre Dino (Secondo il nome all’anagrafe) e’ per me sempre stata una forte motivazione a “non dimenticare”…
Nato nel 1922, all’inizio del ventennio fasciata; all’età di 11 anni muore il padre, falegname, di polmonite e la famiglia (madre + 1 fratello di 12 anni e una sorella di 4 anni) cade nell’indigenza più assoluta.
Per poter sopravvivere la madre e’ costretta a lasciare lui e mio zio in seminario dai preti ad Alba dove facevano gli inservienti in cambio di vitto, alloggio ma potevano fare le scuole medie.
Mio padre era particolarmente portato per le materie letterarie e poté continuare gli studi facendo il ginnasio ed il liceo (dove conobbe Beppe Fenoglio, suo coetaneo e compagno al liceo) mentre mio zio venne indirizzato al mestiere paterno.
Terminati gli studi inizia la guerra, lui inizia a fare l’insegnante ma, subito dopo l’armistizio viene precettato dall’esercito per fare il corso ufficiali a Roma; finito il corso gli vengono dati i gradi di Tenente in attesa di incarico..
Il treno che lo riportava da Roma a Torino venne intercettato dai tedeschi e dirottato in Germania, destinazione campi di lavoro.
Qui, insieme ad altri compagni di sventura trascorse circa 2 anni dove dimagrì di 20 kg fino al termine della guerra.
Torno’ a casa con mezzi di fortuna e da lì iniziò una vita “normale”.
Divenne il maestro del paese che andava dai genitori dei bambini che non venivano in classe per convincerli a mandarli a scuola (tipo Io speriamo che me la cavo), si fidanzò con mia madre e imparò autodidatta a suonare la fisarmonica perché “c’è sempre un motivo per fare festa”.
Riuscì poi anche a laurearsi in pedagogia lavorando nonostante avesse 3 figli e diventò professore di italiano latino e storia nelle scuole medie del paese.
Non ho mai conosciuto una persona più ottimista di lui, nonostante le prove che dovette sopportare nella sua giovinezza.
La sua fisarmonica ce l’ho io ed ogni tanto provo a suonarla in suo ricordo ..
Spero che quanto ha vissuto la sua generazione non lo debbano mai più rivivere le nostre e quelle dei nostri figli e nipoti, me lo auguro sopra ogni cosa.
Bella storia, davvero.
1922... lo stesso anno di nascita di mio nonno materno, che fu mandato ad una guerra non sua, arruolato in marina, mi raccontò tanto di quel periodo, tenne pure un piccolo diario che mia mamma custodisce gelosamente.
In concomitanza dell'8 settembre 1943 era a Barcellona, si ammalò di tifo e stette 2 o 3 settimane in ospedale. Poi riuscì a tornare a casa.
Ecco: il ritorno, il ricongiungimento. Mettiamoci nel clima di allora, con i mezzi di allora: le persone sparivano per settimane, mesi, non sapevi dove fossero, se erano morte o catturate; madri, sorelle, padri, vecchi in attesa forse vana, forse di sentire bussare in quel modo caratteristico, o di sentire le grida nel quartiere "è Arturo! è tornato Arturo!!" e la corsa di fuori, l'abbraccio, ritrovare lo sguardo di sempre cambiato per sempre dopo aver visto certe cose.
Ogni ritorno è stato un miracolo, tanti che oggi sono qui forse non sanno nemmeno di esserci per una scelta casuale del padre/nonno/bisnonno, di aver evitato una strada dove c'era un controllo, di non aver trovato tedeschi zelanti, di non essere sulla nave sbagliata, a volte anche di essersi nascosti per paura, si, non c'è niente di vergognoso.
L'altro mio nonno non parlò mai della guerra, di cosa fece. Quando morì, fu mio padre a trovare una sua vecchia patente da cui parrebbe evincersi che era stato autista, di cosa o di chi non è più dato sapere.