@ paolo_b3
Vegetariano / vegano non è un peccato mortale, ma eliminare completamente gli alimenti di origine animale personalmente lo disapprovo.
Ci vuole equilibrio. Purtroppo oggi è tutto estremizzato, basti pensare che nella nostra alimentazione tradizionale mediterranea dell'età moderna, quasi tutti i cibi di origine animale presenti erano quelli che oggi sono più demonizzati: carni lavorate (con meno conservanti), frattaglie (ma sempre cariche di grassi e colesterolo), formaggi, latticini per chi viveva nell'entroterra, e chi viveva al mare non è che mangiasse pesce ogni giorno, perlopiù acciughe e molluschi e crostacei di scoglio che chiunque poteva raccogliere, e il mosciame di tonno.
Mia nonna, nata nel 1918, non nel medioevo, ha vissuto in infanzia la povertà vera: nata e cresciuta in un paesino dell'entroterra (40 km da Genova, allora erano distanze, c'era gente che moriva senza aver mai visto il mare), finché il mio bisnonno non è tornato in pianta stabile dagli Stati Uniti con una bella fortuna che gli ha cambiato la vita verso la fine degli anni 20, ha vissuto la vera vita rurale, povera e frugale.
Mi raccontava di come si faceva il minestrone, tipico pasto serale: altro che pesto a fine cottura, si mangiava una zuppa di patate, castagne secche, qualche verdura di stagione unita alle erbe spontanee, e per dare sostanza, a fine cottura non un giro d'olio ma un mestolo della panna affiorata dal latte della giornata, che veniva bollito e lasciato raffreddare. Se andava bene, una crosta di formaggio a sciogliere durante la cottura.
La carne rossa era ovina, autoprodotta (tutti avevano le capre), e la carne bovina e suina era rappresentata da quello che oggi demonizziamo: pancetta, lardo e mostardella, testa in cassetta e sulle tavole meno povere galantina (definita il prosciutto dei genovesi).
La mostardella era il salame dei poveri. Il nostro salame tradizionale era ed è fatto con manzo e maiale, leggermente affumicato perché il clima non è ideale nel primo entroterra, troppo vicino al mare: con lo scarto del manzo e del maiale, le parti più nervose e tenaci (non frattaglie ma muscolo e connettivi), ammorbidite da una generosa dose di grasso macinato, non certo la pancetta a dadini grossi del salame più nobile, si confezionavano queste salsicce, molto adatte alla cottura o all'utilizzo come ingrediente per il ragù (basta un soffritto, un po' di salsa e una mostardella sbriciolata), che in inverno venivano fatte stagionare e mangiate a colazione dai braccianti, con le uova e il pane. Chi aveva il maiale spesso non lo faceva neanche il salame, ma vendeva tutto e faceva solo pancetta, lardo e mostardella se recuperava qualche mezzena di vacca da ripulire.
Poi si faceva la testa in cassetta con le parti di testa del maiale, ma anche col cinghiale, e dal disosso di recupero delle mezzene di vitello la galantina, che era più nobile.
In casa la carne di uso abituale era questa: salumi fatti con lo scarto e il quinto quarto., una piccola dose quotidiana, spesso a colazione, o aggiunta alle zuppe, forniva grassi e proteine nobili.
I formaggi non erano certo il parmigiano di ventordici mesi: formaggette fresche di capra, tome più fresche per il consumo e più stagionate per l'uso in cucina, ma spesso più che qualche formaggetta di capra, il formaggio erano le croste di quello stagionato comprate a poco.
Mestolate di crema di latte e burro non mancavano mai invece.