18-02-26 19.43
giosanta ha scritto:
Figurati. Una volta si sentivano molto di più i "gruppi" composti da musicisti più o meno bravi che avevano, pure in diversa misura, la paternità di quello che ascoltavi. Nel momento in cui si è in maggioranza passati al pur bravo "Pinco Pallo e la sua band" la "band" pesa molto meno. La gente ora va ad ascoltare Pinco Pallo...
Sono d’accordo con la tua affermazione alla quale arrivo anche io, partendo però da un quello che io ritengo essere un concetto-base, ossia che il pubblico è il pubblico: ogni epoca ha il suo. Non esiste un pubblico “migliore” o “peggiore” in senso assoluto, esiste un pubblico che riflette il tempo in cui vive, le mode, il contesto culturale e tecnologico. Capisco perfettamente che a qualcono questo non piaccia ma cinquant’anni fa c’era un certo tipo di fruizione musicale, oggi ce n’è un’altra. Non si può pretendere che reagisca allo stesso modo.
È vero che un tempo il “suonato” aveva spesso un peso enorme....i riff e gli assoli di chitarra erano momenti centrali del brano, spesso attesi dal pubblico. Penso ad esempio a certe stagioni del rock classico, e di come dall’esplosione del grunge in poi quella dimensione virtuosistica sia progressivamente arretrata. Con l’avvento dei talent show televisivi, poi, la voce – insieme all’immagine – è diventata del tutto predominante: l’attenzione si è spostata sull’interprete più che sull’interazione tra musicisti.
E qui entra (sempre a mio parere) un altro fattore: l’individualismo sempre più spinto. Senza fare il moralista de noantri (che non sono), Il narcisismo e la centralità dell’io hanno via via permeato la società intera, non solo la musica. È molto più difficile oggi l’affermazione di una “formazione” nel senso classico del termine, dove tutti i componenti sono riconosciuti e riconoscibili. Se si pensa ai Beatles o ai Queen (giusto per fare un esempio) si ha contezza di cosa significhi essere un gruppo in cui ogni membro sia riconosciuto/riconoscibile ed abbia non solo un’identità forte ma anche una paternità artistica evidente. Oggi, nel mainstream, il modello dominante è spesso “Nome + band di supporto”, come giustamente sostieni.
Detto questo, non credo tuttavia che il pubblico di oggi sia, di per sé, peggiore di quello di cinquant’anni fa. Sono cambiati i tempi, e la musica ha seguito,come ha sempre fatto, l’evoluzione tecnologica (che – mio personalissimo parere- è stata di gran lunga ben più incidente di quella culturale che pure c’è stata): dai primi microfoni al vinile, dalla musicassetta al CD, fino alla distribuzione liquida online e ora perfino all’AI. Negli anni ’80, ad esempio, l’introduzione massiccia dei synth ha cambiato radicalmente il suono e l’estetica. Ogni trasformazione tecnica ha influenzato anche il modo di comporre, produrre, ascoltare e anche guardare. Dai videoclip prima a internet poi.
Per questo penso che oggi un musicista o una band non possa ragionare come cinquant’anni fa. Non si può aspettare che esista ancora lo stesso contesto. Bisogna inventarsi qualcosa, creare occasioni, costruire il proprio pubblico, anche a costo – almeno all’inizio – di rimetterci tempo, energie e magari soldi. Il pubblico non è un’entità mitologica scomparsa: è qualcosa che va intercettato, formato, coinvolto. E - senza retorica- è forse questo il vero lavoro in più che oggi spetta ai musicisti.